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Perde la testa e il patrimonio

La redazione del People’s Poker Blog è sempre attiva e alla ricerca di notizie e curiosità sul mondo del poker e non solo. Da tempo seguiamo la diatriba tra gli appassionati del gioco e i suoi.

 

Questo pomeriggio l’amico e collega giornalista Antonio Orafo mi ha inviato un’email con il link ad un articolo del Sole 24 Ore. Se avrete la pazienza di perdere un minuto per leggerlo, potrete seguirmi nelle mie (personali) osservazioni.

 

L’impressione che ho avuto alla fine della lettura (correggetemi se sbaglio) e che il giornale in questione, il quotidiano di economia più venduto in Italia, abbia tentato, attraverso un singolo evento straordinario, di tracciare un identikit lombrosiano del giocatore medio: uno psicolabile dedito al vizio e alla dissoluzione dell’animo… e del proprio patrimonio.

 

Sorvoliamo sul fatto che stiamo parlando di una testata non proprio super partes (il gruppo a cui fa riferimento è di proprietà di Confindustria, a voi le conclusioni). Ma al di là dell’avvincente racconto della drammatica storia dell’imprenditore bresciano, il cui tragico epilogo non lascia spazio che ad un istintivo sostegno alla lotta serrata al gioco d’azzardo, cerchiamo di analizzare l’episodio.

 

Un uomo entra in un bar (sembra l’inizio di una vecchia barzelletta) con 12mila euro in contanti. Vuole far saltare il banco, anzi la macchinetta. Gioca 12 ore consecutive, perde un totale di 23 mila euro… e la testa. Secondo voi è una cosa normale? È un atteggiamento da persona sana di mente? Credete forse che costui sia impazzito solo per la perdita, o forse aveva già qualche rotella fiori posto, quando è entrato nel bar con in tasca lo stipendio di un anno di un operaio?

 

Dico per esperienza, ma senza alcuna velleità scientifica, che mi ha insegnato che ci sono soggetti evidentemente inclini alle dipendenze: alcool, fumo, droghe, gioco ecc. Non importa quale “vizio” riescano di volta in volta ad assecondare. L’importante e che riescano ad attaccarsi a qualcosa, che sia il collo di una bottiglia, il filtro di una sigaretta, un mazzo di carte o la maniglia di una slot machine. Un uomo che entra con 12mila euro in un bar per giocarli in quel modo, non è un giocatore ludopatico. È una persona malata in senso molto più ampio. Se eliminassero le “macchinette mangiasoldi” troverebbero qualcos’altro con cui buttare via i soldi: corse di cavalli, partite di calcio, lotterie, per circoscrivere il campo al solo gaming. Il modo di sperperare i propri soldi si trova sempre. Basta volerlo.

 

L’articolo poi definisce quello delle slot ”Un settore che le organizzazioni criminali sono riuscite a infiltrare con destrezza”. Vero, ma è giusto generalizzare? Da un giornalista ci si aspetta qualcosa di più di un populistico qualunquismo. A fronte di alcune aziende “sporche”, ce ne sono tante, tantissime “pulite”, la cui unica colpa è di perseguire un profitto nel pieno rispetto della legge. Società con infiltrazioni malavitose ci sono in ogni ambito dell’economia. In  Lombardia la ‘ndrangheta si è incuneata nell’edilizia (malgrado qualcuno abbia tentato di negarlo), ma non per questo sarebbe giusto chiedere la messa al bando del settore.

 

Per finire, chiusura dell’articolo recita: “Una storia drammatica legata alle dipendenze da gioco e all’azzardo, settore in crescita nonostante la crisi.” Nonostante? Credo che la scelta dell’avverbio sia a dir poco discutibile. È statisticamente e storicamente provato che la predisposizione al gioco (soprattutto quello d’azzardo) cresca proprio in periodi di crisi. La tradizione del lotto e delle riffe, i circoli di carte e le bische, affondano le proprie radici negli strati più diseredati della società, tra le persone senza un lavoro, senza un futuro, emarginate dalla società civile e dallo Stato. Recessione e proibizionismo: questo è l’humus in cui attecchiscono e prosperano. Unica apparente, effimera via per la riscatto economico e sociale, il monopolio del gioco è l’oppio che i governi distribuiscono ai propri cittadini per distrarli da una triste realtà.

 

Per cui smettiamo di prenderci in giro e tentiamo di spingere affinché si trovi la strada giusta per disciplinare il settore e garantire a tutti noi il diritto di giocare in modo sicuro.