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Renè Crha, 20 anni, di Brno, Repubblica Ceca

 

Durante i nostri Live ci capita spesso di fare la conoscenza di player stranieri che, un po’ per caso, un po’ per il carattere sempre più internazionale del PPTour, partecipano ai nostri Eventi.

Qualcuno passa inosservato, occasionale avventore che “tenta la fortuna” ai tavoli verdi, qualcun altro lascia un segno indelebile nella nostra memoria, vuoi per personalità, vuoi per doti tecniche. Da Peter Staudacher, vincitore del primo PPTour ufficiale a Kranjska Gora nel 2010, a Christof Schwinger, giovane turista austriaco che l’anno successivo, nella stessa Kranjska, vinse il satellite al main, tentò senza fortuna di vendere il ticket e, “costretto” a giocare, arrivò al tavolo finale. Fino all’istrionico Kasper Drevsholt, che animò la poker room del Casinò di Portomaso due anni fa, giocando parte del Day 3… al buio. Tanti giovani, giovanissimi talenti, “freelance” che possono vantare invidiabili bankroll, senza sponsor, senza patch, senza nessuno che li stacki. Alla nostra domanda “sei un professional poker player o fai altro nella vita?” rispondono quasi con imbarazzo: “No, non sono un professionista… gioco per divertimento… per pagarmi gli studi”. Eppure partecipano a decine di live ogni anno, a vent’anni hanno messo insieme un bagaglio di esperienze e itm da far impallidire molti “Pro” in divisa ufficiale che giocano al massimo una dozzina di MTT, magari potendo contare su uno sponsor che finanzia le trasferte. Enfants terribles che martellano i tavoli, mettendo sul piatto i propri soldi e le proprie capacità e quando vengono eliminati non danno la colpa alle carte, alla sfortuna. Non raccontano di sculate subite, di assi scoppiati o di river maledetti.

Charlo Azzopardi, 29 anni, Malta

Sanno che il poker è forse l’unico card game in cui si può vincere anche senza “vedere carte”. Sanno che il texas hold’em è una logorante battaglia prima di tutto contro l’avversario, e poi contro il board. Sanno che una patch adesiva con su ricamata la scritta “pro” non è un traguardo, casomai  un punto di partenza. Ma sanno anche che una patch adesiva con su ricamata la scritta “pro”, attaccata ad una polo di marca, non ti rende un avversario più temibile di un diciannovenne dell’Est Europa che indossa una pallida, anonima t-shirt.

 A Malta, quest’anno, ne abbiamo incontrate ancora di queste schegge impazzite, talenti naturali, molto diversi tra loro, ma tutti accomunati da un elemento distintivo: giocano a poker e… diavolo come giocano.

Charlo Azzopardi, 29enne maltese con una gran voglia di divertire e divertirsi. Caratteristica contagiosa, che trasmette in modo chiaro e diretto al tavolo, a chi lo affronta, a chi lo osserva in azione.

Rafal Gontarczyk, 24 anni, Wroclaw, Polonia

Rafal Gontarczyc, 24enne polacco, riservato, silenzioso, passa quasi inosservato. Pericolosamente inosservato.

Renè Crha, 20enne ceco, sembra comparire dal nulla. Sembra nato per giocare a poker.

Durante il Day 1 studiano gli avversari italiani, una minacciosa schiera di soldati in divisa che ostenta sicurezza, usa la terminologia corretta, sfodera le facce da poker giuste, giochicchia con le chips con dita ferme. Dopo poche ore hanno inquadrato gli avversari, troppo sicuri, troppo boriosi, spesso distratti.

Un range di apertura infinitamente più ampio di quello di noi italiani, un equilibrio degno di un asceta indù e un’attitudine al sacrificio, alla lotta, alla competizione che noi abbiamo dimenticato. Arrivano al tavolo finale dopo aver demolito psicologicamente decine di avversari, dopo aver incantato noi osservatori, lasciando sul terreno frotte di esperti che con il senno di poi, avevano capito benissimo il loro stile di gioco.

Non vincono, ma la loro eliminazione è un impatto fragoroso che lascia il segno del trascinamento dello stack sul feltro del tavolo, non il push della disperazione, con una manciata di chips che non riempirebbero un porta spiccioli.

Spero che nessuno si offenda per questo articolo, che non vuole essere una critica al sistema delle “sponsorizzazioni”, che invece tanto ha contribuito alla progresso del movimento pokeristico in Italia e senza il quale molte “persone comuni” non potrebbero permettersi di vivere l’indescrivibile esperienza di un torneo. Non è neanche mia intenzione generalizzare, criticare tutto e tutti.

 

Ma se proviamo ad essere onesti e obiettivi, non si può negare che per anni ci siamo crogiolati al pensiero che “il poker italiano sta crescendo”, ma non abbiamo tenuto presente che, nel frattempo, gli altri non sono stati a guardare.