Il poker italiano… parte seconda…

Il poker italiano… parte seconda…
Lo Scaring Board dell'heads up finale di Kranjska Gora 2013, tra Leonardo Campeggio e Fabrizio D'Agostino...

Un articolo che non scateni reazioni, equivale ad un articolo che non è mai stato scritto. “Il poker italiano è maturato, ma gli altri non sono stati a guardare…” di reazioni ne ha scatenate molte. Lunghe discussioni, critiche, approvazioni, osservazioni più o meno pertinenti. Forse potrei dire che mi sarei aspettato qualche attacco più “cattivo”, magari anche due o tre insulti. Ma di certo posso dire che, malgrado qualche fraintendimento, qualche forzatura nell’interpretazione di quelli che volevano essere solo esempi e non archetipi, i lunghi, civili, proficui botta e risposta su facebook mi hanno confermato che, se non ho centrato il bersaglio, ho per lo meno colpito l’orgoglio degli player italiani.

I “like” arrivati e ancor più quelli non pervenuti, quelli dati sulla fiducia e quelli seguiti solo alla lettura dell’articolo, non fanno altro che corroborare la mia tesi.

Riportare tutti i post sarebbe ora tedioso e controproducente, ma vi invito a leggere le conversazioni per comprendere meglio i ragionamenti che seguono (vi basterà andare sul gruppo del blog e sul mio profilo personale per averne un assaggio).

Portare come esempio, a discapito della mie argomentazioni, nomi di giocatori dal comprovato talento, non serve a demolire la mia tesi. Anzi, prova il contrario. Se per reggere il confronto con tre “illustri sconosciuti” è necessario chiamare in causa gli “stalloni italiani”, allora vuol dire che quel confronto lo temiamo davvero, tanto da dover ricorrere ad armi non convenzionali, per vincere una battaglia contro un nemico che, almeno nelle roboanti dichiarazioni, consideriamo innocuo.

Giudicare un player scarso ma fortunato, solo perché vince un colpo al 10%, non fa altro che avvalorare la mia tesi: noi italiani abbiamo la memoria corta. Ricordiamo i torti subiti, invidiamo i colpi di fortuna altrui e, se la sorte ci arride, è solo per merito nostro!

Tra le risposte su fb ho riportato un aneddoto. Non una storiella inventata, ma un episodio realmente accaduto. Special Event Las Vegas 2011, un player italiano illustremente sconosciuto, ma convinto di essere un professionista per via della fatidica patch incollata su un maglioncino “CK”, è appena stato eliminato. Viene da me imprecando contro questi “pezzi di m*** di donk americani che si credono di essere i migliori ma non contano un c***!”. Lo hanno scoppiato, chiudendo colore o scala al river. Mi indica il donk di turno: è Allen Cunningham.

Noi siamo fatti così, non neghiamolo. Finché saremo convinti di essere i numeri uno in tutto, solo perché poco più di due millenni fa avevamo un impero che si estendeva dalle Colonne d’Ercole alla Mezzaluna Fertile, saremo sempre costretti ad inseguire. Non accetteremo la superiorità degli avversari e useremo sempre la stessa scusa: colpa della sfortuna, o colpa del server.

Per concludere: credo che non siano i giocatori americani quelli che dobbiamo temere. Mi è stato fatto notare da un altro amico, il cui semplice interessamento per il mio articolo è per me motivo di grande orgoglio, che a Las Vegas, dove in questo momento si trova, “I top player sono top, ma la media è ridicola”. Vero, ma come gli ho risposto, alle WSOP non sono tutti giocatori, più di quanto a Vinitaly siano tutti intenditori di vini, o al Festival di Cannes siano tutti cineasti.

L’unico rammarico è che le più convinte, ancorché costruttive e benaccette contestazioni, siano venute da qualcuno cui non era indirizzata la mia critica, mentre i miei “bersagli” non hanno proferito parola.

Ma a volte un silenzio è più eloquente di qualunque parola.